ANAC piena e concorrenza ubriaca

Uno dei modi in cui l’ANAC (Autorità Nazionale Anti Corruzione) si guadagna il pane  è la relazione annuale ad una Camera dei Deputati in altre faccende affaccendata. Alle rituali richieste di professionalità delle stazioni appaltanti, di alleggerimento degli oneri burocratici per gli appalti (fatta ovviamente eccezione per i contributi ANAC) e di rafforzamento di trasparenza e concorrenza si aggiunge (ça va sans dire) la digitalizzazione dell’intera gestione dell’appalto. Morale della favola: gli snellimenti dei decreti Sbloccacantieri, semplificazioni 1  e 2 (in attesa di Rambo 3 e 4) hanno anche prodotto una sospensione della concorrenza, con conseguente affidamento delle opere alle imprese più conosciute e non a quelle più meritevoli. Mentre per il normale imprenditore (quello che rischia i soldi suoi) affidare le opere ad imprese conosciute è garanzia di buon risultato, per lo Stato (che rischia – per modo di dire –  i soldi nostri) impossibili botte piena e moglie ubriaca: affidarsi ad imprese conosciute vuol dire sprecare danaro e violare la libera concorrenza.